Anniversario ordinazione sacerdotale

Cari amici di questi 28 anni e cari parrocchiani,

è sorprendente come il trascorrere del tempo possa insegnarti a gustare la vita, a ripercorrerla nella memoria e a guardare al futuro con occhi nuovi. È proprio in questo tempo che mi trovo oggi a progettare una sorta di riconsegna: di quanto ho ricevuto, di quanto ho vissuto e di quanto, ora, sento il desiderio di donare, per vivere con consapevolezza e pienezza ogni stagione della vita che mi resta.

Direte: «Esagerato! Mica devi morire domani!». Ma che c’entra? Chi ha detto che prepararsi significhi aspettarsi una morte imminente?

In realtà, tutto nasce dalla concretezza dei ricordi e da quella successione di volti, incontri, situazioni ed esperienze che, da quando ho cominciato ad averne consapevolezza, hanno segnato e accompagnato il cammino della mia vita. La ricchezza, ancora viva, di tutto ciò che ho vissuto mi porta a guardare al futuro con gratitudine, ma soprattutto con un profondo senso di restituzione. Restituisco perché sono grato. Perché riconosco che molto di ciò che sono diventato lo devo a quanto ho ricevuto, agli incontri che mi hanno arricchito, alle esperienze che mi hanno formato, persino alle difficoltà che mi hanno insegnato a comprendere meglio me stesso e gli altri.

Restituire, allora, non significa semplicemente ricambiare ciò che mi è stato donato, ma trasformare quanto ho ricevuto in un dono per gli altri. Significa dare continuità alla vita attraverso ciò che posso ancora offrire, lasciare che il bene incontrato e vissuto non si esaurisca in me, ma trovi nuove strade per raggiungere gli altri.

Ecco allora che il 24 ottobre, giorno in cui ricordo con grande gioia la mia ordinazione sacerdotale, diventa un’occasione speciale per offrire sull’altare della Santa Messa tutto me stesso, affidandomi con fiducia a quella misericordia di Dio che si fa vicinanza, accoglienza e perdono.

Perché, forse, è proprio questo il dono più grande che gli anni possono consegnarci: comprendere che non si ama per ricevere, né per trattenere, ma per donarsi. E che, alla fine, la vita trova il suo senso più autentico quando, riconoscendosi amata, impara a diventare essa stessa amore.

Il ministero di parroco a Massa Lombarda mi offre oggi l’occasione di fare sintesi delle esperienze passate e, al tempo stesso, di tradurle in scelte concrete nel presente, lasciando che diventino fonte di ispirazione e stimolo per la proposta pastorale. Si tratta di valorizzare la ricchezza della storia e delle esperienze della nostra comunità, perché possano contribuire a trasformare la realtà e ad accompagnarla in un tempo di profonda transizione. Un tempo che ci chiede di aprirci a situazioni e soluzioni nuove, nella consapevolezza che questa è la nuova e avvincente avventura della Chiesa: continuare a generare vita, vivendo con gioia il presente e guardando al futuro con fiducia

Massa Lombarda, 24 ottobre 2026
don Fabio

Programma dal 24 ottobre al 1 novembre 2026

Letture: Esodo 22,20-26 / Salmo 17 / 1 Tessalonicesi 1,5c-10

Ti amo, Signore, mia forza.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (22,34-40)

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».

Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Parola del Signore

VITA ECCLESIALE

Sabato 24 18.30 + Barlotti Elena (20° anniv.) e deff. fam. Cembali e Masala
Domenica 25 10.30 + Baldini Anna
Lunedì 26
Martedì 27 8.00 + Settembrini Augusto
Mercoledì 28
Giovedì 29
Venerdì 30
Sabato 31
Domenica 01 10.30

18.00

+ Francesco Berardi, Demo, Maria e Luigi

+ Gianbattista, Giacomo, Vittorina, Maria e Raimondo

Orario Confessioni Venerdì (oratorio) ore 15.30 – 18.30 (don Fabio)

S. Paolo Sabato (chiesa) ore 16.45 17.45 (don Fabio)

Domenica (chiesa) ore 9.45 – 10.15 (don Fabio)

N.B. Concordare con don Fabio eventuali esigenze.

Chiesa della Conversione di S. Paolo Apostolo

Orario SS. Messe Feriale: Lunedì, Martedì e Venerdì ore 8.00

Mercoledì, Giovedì ore 18.00 Lunedì (Oratorio) ore 18.30

Prefestiva ore 18.00 Festiva ore 10.30 e 18.00

Tutti i giorni ore 17.25 S. Rosario

N.B. Tutte le celebrazioni si possono seguire anche nel sito internet della parrocchia

Chiesa di S. Giacomo Apostolo – Fruges

Orario SS. Messe Feriale dal Lunedì al Venerdì ore 18.30

Prefestiva ore 16.30 Festiva ore 8.00 e 11.00

S. Rosario dal Lunedì al Venerdì ore 18.00 Sabato ore 17.00

Cappella del Seminario di Montericco

Orario SS. Messe Martedì ore 19.00 e Mercoledì ore 7.00

Anno : A

Ottobre – Novembre 2026

LA VITA DELLA COMUNITA’

Domenica 25

XXX del T. Ordin.

Ss. Messe ad orario festivo (S. Paolo e S. Giacomo).
Mercoledì 28

Ss. Simone e Giuda Apostoli

S. Messa ad orario feriale.

Ore 20.30 (canonica) : Prove del “Coro S. Paolo”.

Giovedì 29 Ore 20.30 (Conselice) : Incontro di preparazione alla visita pastorale del nostro vescovo mons. Mosciatti.
Venerdì 30 Ore 17.30 (S. Paolo) : Adorazione Eucaristica e S. Rosario

L’adorazione prosegue in silenzio fino alle ore 20.00.

Domenica 01

Tutti i Santi

Ss. Messe ad orario festivo (S. Paolo e S. Giacomo).

Ore 20.30 (S. Paolo) : S. Rosario intero per tutti i defunti

IMPORTANTE

1 – Da Domenica 25 ottobre torna l’ora solare . Fare attenzione ai cambi di orario delle celebrazioni liturgiche (S. Messa vespertina e S. Rosario anticipati di mezz’ora).

2 – Il Consiglio di Unità Pastorale è giunto al termine del mandato triennale e si rinnova secondo la modalità elettiva alla quale tutti siamo chiamati a partecipare. In questa prima fase saranno preparate delle liste di candidati che avranno dato la propria disponibilità. Chi ritiene di poter disporre di parte del proprio tempo per questo prezioso servizio dovrà dare la propria disponibilità al parroco entro un tempo breve e ragionevole.

Alla scuola di Gesù
Lunedì Martedì Mercoledì Giovedì Venerdì Sabato
Lc 13,10-17 Lc 13,18-21 Lc 6,12-19 Lc 13,31-35 Lc 14,1-6 Lc 14,1.7-11

Vivere il mistero : Scriveva R. Walser che «chi non ama non ha esistenza, non c’è, è morto. Chi invece ha voglia di amare risorge dai morti. Solo chi ama è vivo». Il tema dell’amore percorre la liturgia della Parola di questa 30a domenica per annum. È un amore che ha una triplice direzione: verso l’Alto (Dio), verso l’altro (il prossimo), verso se sfessi (il sé). Il punto d’incontro di queste tre direzioni è raccolto mirabilmente nella risposta di Gesù al dottore della Legge (Mt 22,34-40). La prima lettura è tratta dal Codice dell’Alleanza (Es 20,22-23,19), nel quale Israele ha sigillato il suo patto con Dio al Sinai. L’intento di questi corpora legislativi è quello di immettere umanità nei rapporti interpersonali. Al riguardo, il brano proposto in questa domenica presenta una serie di precetti che ruotano attorno a tre particolari categorie sociali: il forestiero, l’orfano-vedova e l’indigente. Costoro non hanno nessuno che si prenda cura di loro. Dio stesso però si fa loro garante chiedendo allo stesso istante alla comunità di avere uno sguardo attento e sollecito verso i loro bisogni. Prendiamo ad esempio due precetti. ln Es 22,20 leggiamo: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto». Qui si invita anzitutto a far memoria di una sofferenza patita nel passato (schiavitù in Egitto) per non usare nel presente la medesima violenza subita verso coloro che si trovano nella stessa situazione di svantaggio. La vittima di ieri non deve diventare l’oppressore di oggi. Sull’importanza di questo primo precetto non c’è nulla da aggiungere tanto è urgente e attuale. «Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo?» (Es 22,25-26). Anche in questo secondo precetto, la Parola di Dio vuole risvegliare nella coscienza del singolo l’attenzione verso chi è demunito. Il mantello era tutta la ricchezza del povero, il suo riparo dal freddo della notte. Non poteva perciò essere richiesto come pegno se non di giorno. La Parola di Dio trasforma il rapporto creditore-debitore in un rapporto tra persone. La fede plasma una nuova umanità contrassegnata da legami fraterni e solidali. Il contesto del Vangelo odierno è quello della prova: “«Un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento? “» (Mt 22,36). La domanda verte sul grande precetto (kelal gadol) della Legge. La risposta di Gesù rimanda allo Shemà (Dt 6,4-7: amore per Dio) e a (Lv 19,8: amore per il prossimo e per se stessi). Il precetto dell’amore verso Dio impegna la totalità della persona («con tutto il cuore… anima… mente»). Ma come misurare questa totalità? «L’esperienza di aver superato la capienza del proprio cuore – scrive Erri De Luca – è l’unità di misura. La certezza di essere arrivati al colmo della capacità di amare è l’esperienza richiesta». E conclude: «È estremista la divinità che la richiede. Ma essa sa che l’amore è una strana provvista: solo quando è al suo colmo ed è tutta versata fino allo svuotamento, solo a quel punto aumenta. Chi dà tutto in amore non si trova sul lastrico, ma più fornito di prima». L’amore non caratterizza solo il rapporto tra Dio e l’uomo, ma anche il rapporto tra uomo e uomo: «E amerai il tuo prossimo» (Mt 22,39). Per prossimo s’intende colui che è vicino (prima accezione). Gesù però opera al riguardo una vera e propria rivoluzione: prossimo non è solo chi è vicino ma colui che si decide di avvicinare, e di rendere quindi fratello (cf Lc 10,36). È vero che tutti gli uomini sono fratelli perché tutti figli di Dio, ma in verità diviene fratello solo colui verso il quale ci si fa prossimo (seconda accezione). E farsi prossimo non è semplice né scontato, perché il fratello può rivelarsi anche nemico. Per costui, Gesù ha chiesto di pregare (cf Mt 5,44), senza aspettarsi nulla, tanto meno la reciprocità di sentimenti (l’amore è gratuito). Infine, Gesù raccomanda di amare il prossimo come se stessi. Attenzione: non più di se stessi ma come se stessi. Donarsi non significa annullarsi. Già sant’Agostino affermava: «Se non sai amare te stesso, non puoi neppure amare veramente il tuo prossimo». Amare se stessi a livello fisico comporta la cura per la propria salute; a livello psichico esige la cura dell’equilibrio interiore; a livello mentale l’impegno per la propria formazione e cultura. L’amore verso se stessi, che non è certo ripiegamento narcisistico, implica perciò l’umile accoglienza di sé, la disponibilità alla crescita fino a quella maturazione che porta all’incontro fecondo con il «tu». Notiamo ancora: sia verso Dio, sia verso il prossimo l’imperativo dell’amore è al futuro: «Amerai il Signore tuo Dio», «Amerai il tuo prossimo». Siamo davanti ad un programma, ad un cammino. L’amore si apprende. Richiede perciò tempo, perseveranza e fede. Gesù conclude: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt22,40). La Torà, assieme alla profezia, è «Appesa» (altra possibile traduzione) a questi due comandamenti, come la porta è appesa ai due cardini che la sostengono. La porta non sì apre mai su un cardine solo, ma su entrambi. L’accesso alla rivelazione passa perciò attraverso l’esercizio dell’amore. Sull’amore – in conclusione – riascoltiamo alcuni celebri versi del poeta libanese Gibran Kahlil Gibran nel suo capolavoro il Profeta: «Quando l’amore vi chiama, seguitelo. Anche se ha vie ripide e dure… Quando vi parla, credete in lui. Anche se la sua voce può disperdere i sogni come il vento del nord devasta il giardino… L’amore non dà nulla fuorché se sfesso, e non coglie nulla se non da se sfesso. L’amore non possiede, né vorrebbe essere posseduto. Poiché l’amore basta all’amore. Quando amate non dovreste dire: “Ho Dio in cuore”, ma piuttosto “lo sono in cuore a Dio”». (p. Sandro Carotta)

Programma dal 10 al 18 ottobre 2026

Letture: Isaia 25,6-10a / Salmo 22 / Filippesi 4,12-14.19-20

Abiterò per sempre nella casa del Signore.

 

 

Dal Vangelo secondo Matteo (22,1-14)

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:

«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Parola del Signore

VITA ECCLESIALE

Sabato 10 18.30 + Joia Maria e Ana
Domenica 11 10.30

18.30

+ Alfonso, Alma, Maria e Peppino

+ Marcolini Juana

Rizzi Luigi detto Carlo (defunto) e per Maria Teresa Dovadola (vivente)

+ Guida Domenico, Giuseppe, Vincenzo e Arcolana Franca

Lunedì 12 8.00 (R)
Martedì 13 8.00 Claudia e Roberta
Mercoledì 14
Giovedì 15 18.30 + Mariangela Fontana (II° anniv.)
Venerdì 16
Sabato 17 18.30 + Mazzotti Angelo e Sangiorgi Maria Luisa e defunti delle famiglie Mazzotti e Sangiorgi e Capucci Armando

+ Biancoli Angelo e Penazzi Elettra

Domenica 18 10.30

18.30

+ Gagliardi Bruno, Albertina e Elodia

+ Ada, Domenico, Silvana e Aldo

Orario Confessioni Venerdì (oratorio) ore 15.30 – 18.30 (don Fabio)

S. Paolo Sabato (chiesa) ore 17.15 18.15 (don Fabio)

Domenica (chiesa) ore 9.45 – 10.15 (don Fabio)

N.B. Concordare con don Fabio eventuali esigenze.

Chiesa della Conversione di S. Paolo Apostolo

Orario SS. Messe Feriale: Lunedì, Martedì e Venerdì ore 8.00

Mercoledì, Giovedì ore 18.30 Lunedì (Oratorio) ore 18.30

Prefestiva ore 18.30 Festiva ore 10.30 e 18.30

Tutti i giorni ore 17.55 S. Rosario

N.B. Tutte le celebrazioni si possono seguire anche nel sito internet della parrocchia

Chiesa di S. Giacomo Apostolo – Fruges

Orario SS. Messe Feriale dal Lunedì al Venerdì ore 18.30

Prefestiva ore 16.30 Festiva ore 8.00 e 11.00

S. Rosario dal Lunedì al Venerdì ore 18.00 Sabato ore 17.00

Cappella del Seminario di Montericco

Orario SS. Messe Martedì ore 19.00 e Mercoledì ore 7.00

Anno : A

Ottobre 2026

LA VITA DELLA COMUNITA’

Domenica 11

XXVIII del T. Ordin.

Ss. Messe ad orario festivo (S. Paolo e S. Giacomo).

Ore 11.00 (Imola-S. Giovanni N.) : Ritrovo annuale degli aderenti alla “Associazione don Orfeo” con S. Messa e assemblea.

Lunedì 12 Ore 20.45 (canonica) : Consiglio Pastorale
Mercoledì 14 Ore 20.30 (canonica) : Prove del “Coro S. Paolo”.
Giovedì 15 Ore 20.45 (canonica) : Lettura comune della Parola di Dio.
Venerdì 16 Ore 15.00 (oratorio) : Confessione cresimandi

Ore 17.30 (S. Paolo) : Adorazione Eucaristica e S. Rosario

L’adorazione prosegue in silenzio fino alle ore 20.00

Ore 20.30 (Faenza) : Veglia missionaria interdiocesana con partenza dalla chiesa dei cappuccini in cammino fino alla cattedrale.

Domenica 18

XXIX del T. Ordin.

Ss. Messe ad orario festivo (S. Paolo e S. Giacomo).

Ore 15.30 (S. Paolo) : Celebrazione del Sacramento della Cresima per ministero di mons. Michele Morandi vescovo di Faenza

Alla scuola di Gesù
Lunedì Martedì Mercoledì Giovedì Venerdì Sabato
Lc 11,29-32 Lc 11,37-41 Lc 11,42-46 Lc 11,47-54 Lc 12,1-7 Lc 12,8-12

Vivere il mistero : Dopo l’immagine della vigna, la liturgia della Parola concentra oggi la nostra attenzione su quella del banchetto. Per Isaia (25,6-10), Dio preparerà, alla fine dei tempi, un sontuoso banchetto sul monte Sion come segno della sua volontà salvifica verso tutte le genti. Ln quel giorno, la grande nemica dell’umanità – la morte – sarà eliminata per sempre. Su questa linea tematica troviamo anche il canto dell’orante del salmo 22, il quale, tra le minacce del cammino, anela alla casa del Signore, nella quale è sicuro di trovare l’amicizia (la coppa traboccante) e la fraternità accogliente (la mensa preparata) del suo Dio. C’è una profonda convinzione che percorre tutta la composizione di questo salmo, ben riassunta in quel «tu sei con me» del v. 4. Gesù, nella parabola (Vangelo), riprende i temi di Isaia e li approfondisce ponendo in luce il rifiuto degli invitati a nozze e la condizione per essere commensali di Dio (la veste). Il brano evangelico odierno non è certamente un racconto edificante per bambini. Gesù, in questa parabola, mette bene in luce quello che potremmo definire il dramma della libertà umana: il rifiuto di Dio. Dio (il re) invita l’umanità alla sua stessa vita divina (il banchetto nuziale), e ripetutamente invia i suoi servi (i profeti, i missionari del Vangelo) per radunare le genti, ma non trova corrispondenza. Anzi, trova un deliberato diniego, un’egoistica indifferenza e una violenza negatrice. Sono tre gradazioni, in crescendo, di un «no» consapevole e voluto. Nota Gesù che alcuni, raggiunti dall’invito divino «non volevano venire» (Mt 22,3). L invito cade così nel diniego: un modo per dire: «non mi interessa». Difatti, a molte persone Dio non suscita alcun interesse. Altri «non se ne curarono» (Mt 22,5), prosegue ancora Gesù: costoro sono preoccupati dei loro campi e dei loro affari, elevati a valori ultimi. Questa indifferenza, frutto di egoismo, è un modo per dire: «Non ne ho bisogno, vivo bene e soddisfatto grazie ai miei beni». Molti uomini e donne pensano di non aver nessun bisogno di Dio. Il rifiuto può giungere anche all’odio; odio verso Dio che diviene insulto mortale nei confronti dei suoi testimoni, di quanti si fanno portatori della buona novella del Regno. Pensiamo all’apostolo Paolo prima della sua conversione: egli odiava ferocemente i cristiani. Sulla via di Damasco però comprende il suo peccato e da persecutore diviene apostolo fedele, pronto a sopportare qualsiasi prova pur di annunciare Gesù Cristo. Come reagisce Dio al rifiuto? Gesù afferma che Dio castigherà con il fuoco i colpevoli. È un’immagine per dire che chi rifiuta Dio prende fuoco, cioè si consuma. Chi si stacca dalla «radice» non può vivere, chi invece vi rimane attaccato ha vita in abbondanza, non si consuma e nulla potrà mai consumarlo. Esclamava Agostino: «O Vita per cui vivono tutte le cose, vita che mi doni la vita, vita che sei la mia vita, vita per la quale vivo, senza la quale muoio; vita per la quale sono risuscitato, senza la quale sono perduto, vita per la quale godo, senza la quale sono tormentato, vita vitale, dolce e amabile, vita indimenticabile». Dio però non si rassegna al rifiuto, ed invia continuamente i suoi servi affinché chiamino tutti, buoni e cattivi, al banchetto nuziale. C’è un particolare da tener presente. È vero che l’invito è gratuito (buoni e cattivi), è vero che è reiterato e fermamente voluto ma chiede pure un’adesione: la veste bianca. Questo elemento simbolico è stato interpretato dai Padri della Chiesa in vario modo: Tertulliano vi scorgeva la santità, Girolamo le opere buone, Agostino l’amore. Giovanni, nell’Apocalisse, parla di coloro che non hanno macchiato le loro vesti (Ap 3,4) per indicare quei fedeli che non sono scesi a compromessi con il mondo ma sono rimasti fedeli a Cristo. Nelle parole dì Gesù cogliamo allora un forte avvertimento. È vero che Israele ha respinto la chiamata di Dio nel suo Cristo, mentre i cristiani l’hanno accolta. Attenzione, però! Non basta un’adesione formale: si devono vedere i frutti di una novità che ha completamente trasformato la vita. Ricorda san Giacomo che «la fede senza le opere è morta» (Gc 2,26). Come abbiamo potuto notare in queste ultime domeniche, con tre parabole (dei due figli, dei vignaioli omicidi e del convito universale) Gesù riassume il rifiuto da parte delle autorità giudaiche (Mt 21 ,28-22,14) e traccia un inquietante bilancio della storia del popolo di Dio. Tuttavia, se da una parte è innegabile la durezza di Israele, dall’altra vediamo come vi sia una fedeltà a tutta prova da parte di Dio. La dialettica fedeltà divina-infedeltà umana percorre tutte le pagine della rivelazione, e segna pure il cammino della Chiesa lungo il suo percorso. Ora vorremmo porre brevemente in rilievo, per una verifica comunitaria, quattro forme d’infedeltà, che possono divenire un vero e proprio rinnegamento del messaggio evangelico. Il prevalere della verità sulla carità. – Nei vari tornanti della storia, la Chiesa ha sempre avvertito la necessità di difendere la purezza della fede. Questo è positivo e doveroso. Bisogna però ricordare che la dottrina deve illuminare la vita, la legge servire la carità, la norma guidare la persona, altrimenti si genera una crisi che può essere fatale. Il primato da salvaguardare sempre è quello dell’amore. La tentazione del potere. – Gesù ha sempre rifiutato la logica del potere, mettendo in guardia i suoi discepoli da ogni ambizione di rango (Mc 9,35). Ha inaugurato il servizio come una nuova modalità di essere signore e maestro (Gv 13,14). Questa è la via che devono percorrere i suoi discepoli per essere riconosciuti come tali. La ricerca dell’apparenza. – Spesso la comunità cristiana è attraversata da forti contraddizioni. Tra queste, l’emergere esterno di una grande vitalità, che non ha però un riscontro interno. Il fare che nasconde il vuoto, l’impegno senza un’anima, un’apparenza senza appartenenza. Paolo, scrivendo a Timoteo, nota che all’interno della Chiesa c’è gente «che ha una religiosità solo apparente ma ne disprezza la forza interiore» (2 Tm 3,5). L’attaccamento alla ricchezza. – Se una comunità cristiana poggia la sua sicurezza sulla ricchezza ha già tradito il suo Signore. Questa Chiesa, stando all’Apocalisse (3,14-22), viene vomitata, tanto è il disgusto e la nausea che provoca. I cristiani, come Israele, sono, senza dubbio, la stirpe eletta (cf 1 Pt 2,9). Ma lo sono per attestare, come abbiamo già ricordato, il desiderio profondo di Dio Padre, il quale «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4), dove per verità non s’intende tanto il dogma quanto la persona viva di Gesù Cristo. (p. Sandro Carotta)